“Ci identifichiamo sempre con quello che non abbiamo, invece di guardare quello che c’è (…). Il genere umano deve arrivare al limite per riuscire a costruire un decente elenco di priorità. Perché dobbiamo arrivare fin lì per capire alcune cose fondamentali?”.
L’interrogativo, che non lascia scampo, è contenuto nel libro di Simona Atzori "Cosa mi manca per essere felice", pubblicato dalla Collezione Ingrandimenti di Mondadori (2011, 192 pagine).
“Cerchiamo sempre i percorsi più difficili per ottenere le cose, ed in parte è anche giusto – dice Simona in una recente intervista pubblicata su Superabile Magazine a firma di Elisabetta Proietti -. Ma puntiamo sempre al ‘cosa ci manca’. Forse perché guardare davvero ciò che abbiamo è più faticoso, dobbiamo scavare più in profondità. E allora, ecco, il limite è anche un alibi che ci costruiamo. Ho questo limite, quindi non posso fare, non posso osare. Buttarsi senza conoscere il risultato è difficile… Siamo pieni di scuse nella nostra vita, c’è sempre qualcosa che ci impedisce. Lo sforzo è superare la paura che ci frena”. Ballerina e pittrice nata senza braccia, Simona Atzori ha danzato davanti al papa Giovanni Paolo II e in occasione della cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Torino del 2006 e ha al suo attivo mostre collettive e personali in tutto il mondo.
Le parole di Simona arrivano immediatamente dopo il suo rientro dal Kenya, dove si è recata a fine gennaio come ambasciatrice della Fondazione Fontana di Padova, onlus impegnata nel progetto ‘Con i piedi per terra’ a supporto delle attività della Saint Martin, organizzazione religiosa che nel Paese africano si prende cura delle persone più fragili e vulnerabili, spesso dimenticate dalla società: disabili, bambini di strada, donne vittime di violenza.
“La prima volta che sono andata in Kenya con la Fondazione Fontana era per conoscere per la prima volta quella realtà. Quest’anno ho visitato due carceri, sono stata in paesi sperduti senza strade. Lì ho danzato e tenuto incontri davanti a 1200 persone, molte delle quali avevano fatto anche 4 ore di cammino a piedi per vedermi e incontrarmi. Il papà di un bambino Down mi ha detto: ‘Pensavo non valesse la pena perdere tempo a stimolarlo e motivarlo, ora che ho incontrato te so che è possibile’. Il disabile in quella cultura è accostato a qualcosa di negativo, al diavolo, viene abbandonato o lasciato chiuso in casa”. Aggiunge Simona: “L’Africa ti entra nel profondo. Pensavo che il mal d’Africa fosse una romanticheria da letterati, invece è proprio così. Quando torni tante cose ti sembrano inutili”.
Mentre parliamo, ai primi di febbraio e con ancora i colori dell’Africa negli occhi, perfino l’esibizione sul palcoscenico di San Remo che ha incollato milioni di italiani allo schermo le sembra lontana.
Simona, il libro Cosa mi manca per essere felice è un po’ la storia della tua vita. Perché hai scelto di realizzarlo proprio in questo momento?
Lo chiamo il backstage della mia vita. L’idea c’era da tempo, si è concretizzata in questo momento per una serie di coincidenze. La Mondadori me lo ha chiesto, segno che forse era arrivato il momento giusto.
Nel libro racconti la serenità e la forza di una donna, tua madre, alla quale devi molto in quanto a battaglie e conquiste. Particolarmente toccante il racconto dell’inserimento all’asilo. Scrivi: “Spesso i limiti sono in chi guarda, non in noi. Fu un bene comprenderlo così presto (...). I limiti li abbiamo sempre lasciati volentieri agli altri: noi abbiamo avuto altro da fare”. In questi giorni le cronache ci hanno riportato i timori di una mamma nell’iscrivere suo figlio in un asilo in cui ci sono bambini disabili, la paura che si traumatizzi… Che impressione ti fa?
Tutti noi abbiamo molta paura di ciò che non conosciamo. Questi aneddoti raccontano un mondo che sta andando all’indietro. Sono sintomo di diseducazione. E’ grave, innanzitutto, nei confronti del figlio al quale viene negata l’opportunità di conoscere la diversità, e non potrà crescere. Non sono una che condanna, però queste cose mi fanno paura. Se cominciamo dai bambini è anche facile far capire quanto la diversità faccia parte di tutti noi.
Protagoniste indiscusse del libro, come della tua vita, sono due muse, la pittura e la danza: “Due – scrivi – come le ali”. Spesso si intrecciano, come nella tesi di laurea alla facoltà di Visual Arts in Canada in cui hai riportato su tela i movimenti della danza.
E’ così. Come sarebbe stata Simona senza di loro? Non ci ho mai pensato. Tutta la vita ruota intorno a loro. Dico sempre che non sono stata io a sceglierle, ma loro sono entrate in me.
Il tuo amico Emanuele dice che sei vittima di “protagonismo involontario”. La gente ti guarda, sei protagonista tuo malgrado. Che effetto ti fa?
C’è differenza tra gli sguardi di chi mi ha riconosciuta perché mi ha vista ballare – e sono sguardi di ammirazione, di intesa, sguardi buoni – e quelli di chi, invece, vede solo quello che non c’è: le braccia. Sono stata disegnata così, e allora? Gli sguardi compassionevoli non li sopporto. Sono invasivi, talvolta pesanti. Credo che la nostra civiltà non sia educata a percepire ciò che non rientra in canoni prestabiliti come un altro modo possibile: considera il diverso un errore, uno scarabocchio del quale può fare ciò che vuole, dall’alto della sua ‘normalità’.
Tu hai viaggiato e viaggi molto e hai soggiornato spesso all’estero. Hai riscontrato delle differenze nell’atteggiamento con cui ci si rapporta alle diversità? A Milano e Toronto sei guardata con gli stessi occhi?
In Canada ho trovato un ambiente diverso. Il Paese ha un tessuto sociale basato sulla multiculturalità, ciò che vige su tutto è che ogni persona ha diritti. La gente è più abituata alle diversità e questo mi ha facilitato. Ci sono centri che aiutano, e avviene in maniera naturale, non è come chiedere l’elemosina. Così, per esempio, una persona con dislessia è accolta, considerata, fa parte del sistema. Da noi, invece, chi ha necessità diverse sembra dover sempre lottare. Anche gli sguardi sono diversi, sì.
Nel tuo libro-backstage incontriamo anche Andrea, l’amore della tua vita e i volti dei tuoi amici, i compagni di danza... Simona, cosa ti manca per essere felice?
Non mi manca niente, il titolo del libro è una provocazione che lancio a tutti. Se ci penso, sì, ci sono tremila cose che mi mancano, ma gli ingredienti per fare ciò che mi piace li ho tutti.
04 maggio 2012