Sulla rotta della speranza. L'immigrazione raccontata dalle tv italiane

ROMA – 1.391 notizie in un anno: tanta è l’attenzione dedicata dalle edizioni prime time dei principali tg italiani (Rai, Mediaset e La7) ai flussi migratori che hanno interessato l’Italia come conseguenza della Primavera araba. E’ questo il focus realizzato per Medici senza frontiere dall’Osservatorio di Pavia e contenuto nell’ottavo Rapporto su “Le crisi dimenticate dai media”, appena pubblicato.
A Sergio Cecchini, responsabile della comunicazione di Msf, chiediamo la ragione di questo approfondimento.
Non appena ci sono arrivate le prime notizie dei movimenti che interessavano la sponda sud del Mediterraneo, abbiamo capito che ci sarebbe stato un nuovo e importante flusso migratorio: ci siamo quindi attrezzati, già da febbraio 2011, per avere un nostro presidio a Lampedusa e per monitorare cosa accadeva nei centri di accoglienza. Ci premeva però anche monitorare come l’informazione in Italia avrebbe raccontato quella nuova stagione di flussi, memori di come in ricostruzioni drammatizzate avessero dato una fotografia non corrispondente al vero rispetto ai bisogni, i diritti e le condizioni dei migranti. Di qui la scelta di chiedere all’Osservatorio di Pavia un focus specifico su come i tg italiani e le grandi reti pubbliche europee seguissero il tema dei migranti in arrivo in Italia. Si è così svolta un’indagine quantitativa sui 12 mesi e una qualitativa su 2 settimane campione in cui c’è stata la più alta frequenza di sbarchi (marzo, aprile e fine maggio).
Cosa vi aspettavate di trovare?
Avevamo tutti la sensazione che di immigrazione si parlasse con eccessiva drammatizzazione e termini non corretti. Mai però si era svolto un lavoro di indagine scientifica, un monitoraggio affidato a un osservatorio di qualità e validità scientifica come quello di Pavia. I dati andarono ben oltre le nostre impressioni.
Perché quei flussi erano così “notiziabili”?
Innanzitutto, perché l’Italia era coinvolta nelle operazioni militari contro la Libia, un paese con cui, peraltro, aveva un accordo di amicizia: venivano meno gli attori che, fino a quel momento, fermavano i flussi migratori diretti verso l’Italia. Inoltre, le persone in partenza dalla Libia erano a tutti gli effetti in fuga dalla guerra.
Tanta informazione, quindi. Ma con quali caratteristiche?
Un’informazione abbondante, tante notizie ma pochi approfondimenti, toni emergenziali e allarmistici. Rarissimo era il riferimento alle condizioni sanitarie dei migranti. Il dato che ci ha colpito di più è quanto sia stata data poca voce ai migranti, protagonisti della fuga da un contesto in guerra, protagonisti di una storia drammatica: eppure, il 65% di persone a cui si dà voce sono esponenti di politica, governo, istituzioni, mentre solo il 14% sono migranti. Anche il contesto resta sullo sfondo, non si racconta da quale situazione sfuggano. Nessuno fa riferimento, poi, alle condizioni in cui la maggior parte dei migranti sub-sahariani fossero tenuti in Libia.
Infine, è caduta una delle principali regole della deontologia professionale, che chiede ai giornalisti di oscurare i volti dei bambini: in questa, come in altre occasioni che riguardano contesti di crisi, i visi dei bambini sono spesso in primo piano, come se la loro privacy valesse meno. Ci auguriamo che, attraverso questo Rapporto, si riesca a suscitare una maggiore attenzione e consapevolezza da parte degli operatori dell’informazione.
29 maggio 2012
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