A Londra con Annalisa Minetti, stringendo una cordicella

ROMA - Si fa un gran parlare di lei, che il palcoscenico l'ha sempre calcato con disinvoltura, entrando prima come reginetta di bellezza, poi a suon di musica, nelle case dei telespettatori italiani, che quando si esibisce muove l'attenzione e le penne di giornalisti, i flash dei fotografi pronti a immortalarla. Ma poco, o solo di contorno, si parla del suo compagno d'avventura paralimpica, Andrea Giocondi, che l'ha guidata verso un presente sfolgorante di atleta e di possibile partecipante alle Paralimpiadi di Londra. Classe 1969, nato a Tivoli, Andrea, che in carriera vanta un argento alle Universiadi di Fukuoka nei 1500m nel 1995, tre titoli italiani negli 800m ed uno nei 1500m, più una partecipazione olimpica ad Atlanta 1996, è la roccia cui Annalisa, non vedente, si ancora per superare le ansie da prestazione quando scende in pista, e per indirizzare il flusso di energia che sembra le esploda dentro. Con lui ha intrapreso anche un viaggio ambizioso, quello diretto allo Stadio Olimpico di Londra, dove Annalisa è sicura di entrare e di gareggiare, e dove ha già convocato virtualmente la stampa sportiva e non.

Andrea, Annalisa è ancora una neofita delle piste di atletica…
Sì, Annalisa ancora è un pesce fuor d'acqua sulle piste di atletica. Per questo ha continuo bisogno di affidarsi a me, ci sentiamo diverse volte al giorno...”.
Ecco, squilla il telefono: è lei. “Annalisa – dice Andrea -, ti chiedono quanto conta l'amicizia e l'intesa per raggiungere i nostri risultati". Risponde lei, in vivavoce: "Ce lo ripetiamo spesso, con Andrea, se non fosse per il bene che ci vogliamo, tanta magia in campo non ci sarebbe, e tanta fatica non riusciremmo a sopportarla. Insomma, come in tutte le cose, quando c'è intorno a te il bene, sei avvantaggiato in tutto quello che fai". Riferisce Andrea: "In questo momento è in piscina, Annalisa, per un allenamento dolce in acqua, dopo un piccolo risentimento muscolare. Mi chiedeva quale esercizio fare, voleva nuotare e fare sforzi, io invece mi sono raccomandato: posizione verticale e far girare le gambe morbide, a vuoto. Spesso va oltre, scappa in avanti".
E bisogna saperla arginare, Annalisa, che è tutta generosità e dedizione al sacrificio, perché questi Giochi Paralimpici li vuole non solo per sé, ma per essere d'esempio a tutte le persone come lei, per ricordargli che i grandi sogni, in fin dei conti, si fanno al buio. Però è solo da un anno e mezzo che sente sotto le scarpe l'attrito della pista d'atletica, che lavora sui piedi, che ascolta la voce della sua guida per sapere cosa succede accanto ed in scia, mentre corrono. "E' ancora del tutto incosciente, Annalisa, di ciò che fa ed è riuscita a fare - racconta Andrea -. Non sa come comportarsi, non ne ha la minima idea, non conosce il ritmo della gara, non si rende conto dei passaggi dei 200m, poi dei 600m. Sul palcoscenico, invece, sarei io a dovermi aggrappare a lei". Racconta questo Andrea, con grande affetto, con amorevole cura, perché con la Minetti, da quando nel settembre 2010 l'ha conosciuta, ed ha cominciato a stringere l'altro capo del cordino che li lega durante la corsa, ha stretto un legame di profonda amicizia, ha stabilito un'intesa che va oltre il primato sportivo, che è umana prima di tutto.
"Questa avventura con Annalisa per me è stimolante e intrigante dal punto di vista prestativo, atletico. Le sfide mi sono sempre piaciute, da atleta quale sono. Poi, come mi ha insegnato un amico, nell'universo nulla è a caso, e tutto ciclicamente torna. Io sono nato con un'idea in testa. Guardavo a 13 anni in tv le gare di Mennea, della Simeoni, ed ero convinto che sarei andato alle Olimpiadi. Mi visualizzavo ai Giochi, molto chiaramente". E così è stato. "Poi però, quando ci sono arrivato, ho sprecato l'occasione delle vita: pensavo che tutti fossero lì ad aspettare me, spocchioso e presuntuoso come ero. Invece, sono uscito al primo turno degli 800m. Per pochi centesimi sono stato il primo degli esclusi. Da quel giorno ho sempre pensato: io ne devo fare un'altra. Come atleta, come dirigente, oppure da padre, se la farà mio figlio. Ecco, la vita mi ha ripresentato l'occasione, e stavolta con Annalisa non voglio farmela sfuggire. Ti assicuro, l'emozione, la carica è molto più intensa di quella di Atlanta". Avevano cominciato con gli 800m, Andrea ed Annalisa. Lei subito realizza un tempo da fenomeno: record italiano e record mondiale stagionale (2:24.76) lo scorso anno.
"Poi però abbiamo appreso che gli 800m erano stati aboliti dal programma paralimpico, dove restano i 1500m. Non solo, ma le categorie sono accorpate: ipo-vedenti e ciechi, una cosa assurda, tra le due condizioni c'è un abisso. Allora è seguito un grande scoramento, la voglia di mollare. Poi mi sono ricordato del mio amico, e con Annalisa ci siamo messi comunque a provare la nuova distanza". Un grande lavoro durato nel tempo oltre un anno, poi il 27 maggio scorso il primato mondiale anche sui 1500m (4'50"55). Ed il nome di Annalisa è entrato nell'Olimpo dell'atletica. Glielo ripete sempre, Andrea, “se fai qualcosa di grande nello sport, se arrivi e vinci una Paralimpiade, il tuo nome resta nella storia”. Invece, nello spettacolo, la fama dura un attimo, è sfuggente.
Qual è la difficoltà più grande nel lavoro con Annalisa? "La parte più difficile, con Annalisa, è dettare il ritmo - continua Andrea -, controllarne l'emozione, è una persona molto istintiva, impetuosa. A volte ci scanniamo, ma deve essere così, sennò è la fine. Le ho spiegato che la prossima gara che ci aspetta, gli Europei in Olanda tra pochi giorni, non sono una gara sul ritmo, ma sulle avversarie, per la medaglia, e che dobbiamo scendere ancora, le avversarie ipo-vedenti spagnola e russa, ma anche la keniana, viaggiano sui 4'40". Se a Londra ci scappa il podio? Diciamo che nessuno ci ha mai regalato nulla, ci siamo battuti per ogni risultato ottenuto e tutto è stato raggiunto con il sudore. Quindi a Londra, se andremo e batteremo anche chi vede, la medaglia varrà il doppio".
25 giugno 2012
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