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Donne: sul lavoro "devono farsi perdonare di non essere uomini"

ROMA – Nonostante il cammino di conquiste che ha portato la donna ad una “completa parità giuridica” rispetto agli uomini, nel campo del lavoro ci sono ancora poche donne ed esse “sembra quasi che debbano farsi perdonare il loro essere donna” e che sul posto di lavoro debbano provare ad essere uomini. Lo sottolinea l’Anmil nel rapporto “Donne, lavoro e disabilità: fra sicurezza e qualità della vita”, reso noto oggi alla vigilia della Giornata della donna. Un lavoro che illustra come ancora oggi le donne costituiscano una delle “fasce deboli” del mercato del lavoro, trovandosi spesso in una “posizione di maggiore vulnerabilità” rispetto agli uomini. Per le donne, sottolinea l’associazione nazionale mutilati invalidi del lavoro, esistono forti esigenze relative alla conciliazione dei tempi di lavoro e di vita familiare: un approccio che non si ferma alla semplice considerazione del suo essere madre e del connesso stato di gravidanza (la classica prospettiva di tutela della salute della donna-madre) ma che si amplia alla più moderna ottica della prevenzione collegata all’organizzazione del lavoro complessivamente intesa.

Il rapporto sottolinea come nel nostro paese appena l’1,4% del Pil venga destinato a famiglia e maternità, contro il 2,1% della media europea e il 3,7% record della Danimarca: i dati 2010 del World Economic Forum sulla condizione femminile in 134 Stati del mondo mettono l’Italia al 74esimo posto, in calo ulteriore rispetto agli anni precedenti. Quanto alla disparità economica fra uomini e donne, l’Italia è al 95esimo posto. Nel nostro paese è critico il problema dell’abbandono del lavoro per motivi di maternità e non a caso l’Italia ha uno dei più bassi indici di occupazione femminile in Europa: l’Italia è al 49,5%, penultima (dati Ue). Altra faccia della medaglia: gli infortuni sul lavoro. Secondo dati Inail, a fronte di un aumento di donne occupate (+8,1% dal 2001 al 2010) c’è una sostanziale stabilità nel numero di infortuni (244mila nel 2001, 245mila nel 2010). In termini di rischio, si tratta comunque di una diminuzione che però è molto meno forte di quella riscontrata fra gli uomini. E ciò nonostante le professioni tipicamente maschili siano notoriamente più rischiose di quelle al femminile.
Fra le donne, la professione più colpita dagli infortuni è quella delle infermiere professionali, che ricoprono il 10% circa degli infortuni occorsi a tutte le qualifiche professionali femminili definite dalla classificazione Inail. Ma la particolarità femminile è quella degli infortuni in itinere: su 89mila complessivi, oltre 43mila (il 50,7) hanno interessato donne. In pratica “per la donna la probabilità di subire un infortunio in itinere è superiore di ben il 50% rispetto a quella del collega uomo”, il che conferma che “per le donne che lavorano il pericolo più diffuso è rappresentato dal percorso che si effettua per recarsi o tornare dal posto di lavoro”. Il perché, al di là dei tanti fattori che influenzano un dato simile, è da ricercare nel fatto che “il percorso casa-lavoro-casa rappresenta nella vita quotidiana della donna il segmento temporale in cui si concentrano tutte le problematiche e le difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro, con le conseguenze sul piano della sicurezza che le evidenze statistiche mettono in luce”. Esempio classico, la donna che nel tragitto verso il lavoro accompagna il figlio all’asilo o a scuola, o lo va a riprendere: troppi incidenti sono dovuti proprio anche alla condizione di stress e di minore lucidità che le donne hanno quando si recano al lavoro.
07 marzo 2012
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