

Carlo è un volontario di "aiutare i bambini" e ad agosto è tornato a visitare il nostro progetto in Sud Africa “Sostegno a Casa Nazareth e Casa Betania”.
Al suo ritorno si è soffermato a considerare il suo ruolo di volontario, regalandoci un bellissimo testo di riflessioni, ricordi ed emozioni. Buona lettura!
"Ci sono esperienze nella vita, che capitano senza un vero e proprio disegno da parte nostra. Sono quelle esperienze che non si cercano e che contestualmente ci trovano impreparati proprio perché non le abbiamo mai inseguite. Tuttavia, proprio per questo motivo, ci permettono di affrontarle con la mente libera da qualsiasi preconcetto ed aspettativa, restituendoci solo il meglio di quanto ci capita.
Qualcuno mi ha detto che sono un volontario, io ancora non ci credo. Tutto questo solo perché nella mia forma mentis il volontario è qualcuno che si dedica anima e corpo ad un progetto ben definito, e non solo per qualche settimana. Eppure, per gli ultimi due anni, mi sono recato presso un progetto a sostegno di una casa famiglia per bambini in difficoltà, ho attraversato un continente, e quando non ho lavorato è perché mi sono relazionato con quei bambini. Forse allora in quello che mi viene detto c’è un po’ di verità. Apparentemente non c’è nulla di affascinante: si percepisce il disagio, la malattia, il sopruso, e quanto di peggio produce il mondo degli uomini. Ciononostante affascinante lo può diventare, se sappiamo diventare da semplici spettatori, attori o semplici comparse. Scrivo questo piccolo riassunto dopo due anni. Nel primo ho avuto il tempo di somatizzare quanto avevo visto e mantenere un contatto con chi avevo incontrato. Nel secondo ho potuto soppesare meglio la realtà. La realtà e brutta da vedere, ma saper guardare ed ascoltare significa rimanere aperti alla vita ed accordare rispetto. Del resto, senza rispetto, nessuna relazione umana può funzionare normalmente. Ci sono aspetti in un viaggio del genere, che possono frustrare le nostre iniziali buone intenzioni, e sono spesso da attribuire a quelle intuizioni che crediamo valide, ma che sono valide solo nel nostro mondo. Se qualcuno dovesse essere in procinto di partire, consiglierei per questo di partire solo con se stesso e con le esperienze che lo hanno plasmato, lasciando che il vuoto che ne deriva sia una sorta di trasmittente capace di ricevere e trasmettere liberamente. Potreste piacevolmente scoprire la curiosità che banalmente desta il colore della vostra pelle o il colore dei vostri occhi.
Quando mi venne chiesto per quale motivo ero intenzionato ad abbracciare questa causa, risposi in maniera pragmatica e un po’ tiepida, un po’ come mi è solito fare quando non ho ancora individuato il vero perché. Oggi posso dire che lo facevo per amore: per la allora nuova compagna che conosceva il progetto già da qualche anno e presso il quale si recava, e per me stesso che avevo un debito nei confronti della vita……. uno di quei debiti che si misurano a fioretti tanto per intenderci. Lo facevo perché da un punto di vista operativo, potevo dare un aiuto concreto lavorando da artigiano come faccio quotidianamente. Lo facevo da un punto di vista emotivo per riconciliarmi con il mondo dei bambini, dopo che il mio percorso mi fece conoscere più volte il rammarico di non poter avere un figlio proprio. Forse è stata proprio l’incapacità di riversare la benché minima aspettativa, ad essere l’ingrediente principale che mi ha permesso di sentirmi a mio agio, trasmettere qualcosa e ricevere emozioni.
Ho ricevuto molto da questi viaggi e credo di avere dato altrettanto. Da una parte mi sono arricchito constatando aspetti che solo una visione diretta riesce a fissarsi in maniera concreta. Dall’altra ho avuto il piacere di essere accettato semplicemente come uomo, così diverso da questo termine che in quei posti assume ruoli e connotazioni a noi così lontani. Porto con me una galleria di immagini e sfumature che non coinvolgono solamente i bambini, ma soprattutto gli adulti, perché in fin dei conti, un bambino, si adatta a ciò che c’è, mentre è nell’adulto che si vede il risultato. La vecchiaia precoce, l’assenza di dignità, la rassegnazione che ho letto in certi sguardi, sono la naturale proiezione di una vita senza opportunità verso la quale questi bambini si incamminano fin dalla loro nascita. Non è un caso che un modello diverso dal loro, funga come stimolo alla loro ricettività, a porre domande, a far notare che ci può essere uno stile differente. Per alcuni di loro vedere un uomo che lavora, che cucina, che lava i panni da un lato disorienta, dall’altro innesta un processo evolutivo di inconsapevole emancipazione. Ma tutto questo nasce da una naturale apertura, quella che risiede nel sapersi concedere senza porsi ad un livello superiore, riuscendo ad accettare la loro ospitalità quanto il rifiuto, facendo secondo coscienza senza pretendere di insegnare, e porsi al loro livello senza perdere di personalità. Non so dire se questa esperienza mi abbia reso un uomo migliore. Di sicuro mi ha cambiato. Se per una inclinazione personale tendo ancora oggi a valutare i lati negativi della mia vita rispetto a quelli positivi, in questo caso specifico inverto i fattori… e senza sapere il perché. Forse per la molteplicità di situazioni che hanno controvertito i miei valori, o forse perché ho assunto dei ruoli fino allora inesplorati. Non posso nascondere che sentirsi un po’ padre e un po’ zio per qualche ora abbia mi acceso qualcosa di insolito, anche se razionalmente comprendo che se qualche sentimento si dovesse essere insinuato, è solamente un regalo che la vita ha fatto a entrambi.
C’è una nuova cartella nella memoria dei ricordi fatta da qualche fermo immagine e da qualche filmato. La cartella immagini contiene 6 fotografie: una casa con il pavimento in terra battuta, muri di cinta sulla cui sommità sono montati i fili a tensione elettrica, una strada sporca, una scuola per l’infanzia fatiscente, una cucina all’aperto, lo scheletro di uno schermo televisivo con due marionette a fianco. La cartella dei filmati contiene 5 clip:
* Un contadino di colore mi saluta con le dita della mano disposte in segno di vittoria, dopo che mi aveva negato il saluto per 15gg. Lo fa in italiano, dopo avere visto un bianco lavorare fino al tramonto per due settimane.
* Un bambino corre facendosi inseguire. Lo fa in maniera diversa, è più leggero. Lui ha un’anima delicata, è più introspettivo, mai manesco. C’è una certa somiglianza con il bambino che ero.
* Un’anziana mi mostra la sua casa e in un idioma incomprensibile mi parla. Io rispondo nella mia lingua. I suoi occhi sono rassegnati e dolci. Riconosco le rughe e lo sguardo di vecchie contadine delle vallate alpine di quando ero bambino. Ci capiamo con gli occhi, lo capisco perché mi batte ripetutamente la sua mano sul ginocchio, e lo fa con la delicatezza di una madre.
* In una township in pieno giorno, si uccide, si macella, e si cucina carne ovina per la strada. Qualcuno le alleva senza pascolo nel recinto di casa. L’uscio è trasformato in bottega. Poco distante c’è una rissa fra giovani… è solo quanto avviene in una delle arterie principali che circondano e separano rioni confusi. A bordo strada qualcuno sembra in coma etilico. Poche latrine a servizio di ogni rione, non confortano della più piccola intimità migliaia di persone.
* Su strade che congiungono il nulla, a decine di chilometri di distanza dal prima fattoria, qualcuno chiede un passaggio mostrando una piccola catasta di legna da ardere come compenso per il “servizio”.
* Gita domenicale con i bambini: grazie ad un furgoncino con a bordo 9 bambini mi sembra di essere l’autista di un pullman. Fra loro c’è S., da quando ha assunto la posizione verticale dopo gravi problemi di motilità, non ha mai lasciato il centro. Lo osservo dallo specchietto retrovisore: tra il vociare generale, per 30 minuti la sua bocca è aperta per lo stupore davanti al finestrino.
C’è un’altra cartella che è fatta di opinioni puramente personali che coinvolge la condizione del Paese, l’ordinamento sociale, gli equilibri razziali ed un probabile futuro, ma non posso certo trasmetterlo con cognizione di causa. Rimane comunque un’esperienza “forte”, fatta di casi umani e di soggetti in carne ed ossa, e che Dio solo sa quanto farebbe bene a tanta gente. Non avendo mai dimenticato il bambino che risiede in me, ho la fortuna di ricordare con chiarezza, le persone che nella mia infanzia più recondita hanno significato qualcosa per l’uomo che sono, anche per l’attenzione di un solo momento.
Quel che resta, è che se questi bambini ricorderanno da grandi un signore bianco che per qualche giorno si dedicò a loro, allora vuol dire che volontario lo sono stato veramente."
Carlo, volontario della Fondazione "aiutare i bambini"
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